/// Invia un contenuto >>

IL DEPURATORE DI PRIOLO OPERI MASSIMO PER 36 MESI

LA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE

14 Giugno 2024

Umberto Riccobello

depuratore

In foto: Depuratore consortile IAS Priolo

La Corte Costituzionale è intervenuta con sentenza n. 105 depositata ieri 13 giugno 2024 sul “decreto Priolo” alla luce degli articoli 9 e 41 della Costituzione. Il decreto di settembre dei ministri Urso e Pichetto autorizzava il depuratore di Priolo sequestrato dalla magistratura a continuare ad operare per evitare il blocco del Polo industriale.

La Corte costituzionale che ha esaminato una questione sollevata dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Siracusa nell’ambito di un procedimento relativo al sequestro degli impianti del depuratore di Priolo Gargallo, che a sua volta si iscrive in una più ampia indagine per disastro ambientale, ipotizzato a carico di varie aziende petrolchimiche operanti nella zona, ha invece stabilito che:

“Una disciplina derogatoria rispetto alla normativa ordinaria di tutela della salute e dell’ambiente, in relazione ad attività produttive di interesse strategico nazionale, è costituzionalmente legittima solo se temporanea. Misure governative che impongono la prosecuzione di attività produttive di rilievo strategico per l’economia nazionale o la salvaguardia dei livelli occupazionali, nonostante il sequestro degli impianti ordinato dall’autorità giudiziaria, sono costituzionalmente legittime soltanto per il tempo strettamente necessario per portare a compimento gli indispensabili interventi di risanamento ambientale.”

La questione concerneva una norma contenuta nel decreto-legge n. 2 del 2023, che autorizza il Governo, in caso di sequestro di impianti necessari ad assicurare la continuità produttiva di stabilimenti di interesse strategico nazionale, ad adottare “misure di bilanciamento” che consentano di salvaguardare la salute e l’ambiente senza sacrificare gli interessi economici nazionale e la salvaguardia dell’occupazione.

Secondo il Gip di Siracusa che aveva disposto il sequestro degli impianti di depurazione, questo schema normativo non garantirebbe adeguata tutela alla vita, alla salute umana e all’ambiente, vincolandolo ad autorizzare la prosecuzione dell’attività anche quando, a suo giudizio, le misure adottate risultino insufficienti rispetto alle esigenze di tutela di questi interessi.

La Corte costituzionale ha anzitutto osservato che una lettura attenta della normativa sottoposta al suo esame conferma che, una volta che siano state adottate le misure in questione, il giudice che ha disposto il sequestro è tenuto ad autorizzare la prosecuzione dell’attività degli impianti, senza poter rimettere in discussione le scelte del Governo.

Nel vagliare la legittimità costituzionale di questo meccanismo, la Corte ha ricordato che la recente riforma costituzionale del 2022 ha attribuito espresso e autonomo rilievo, nel nuovo testo dell’art. 9, alla tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni.

Inoltre, la riforma ha esplicitamente chiarito che la tutela della salute e dell’ambiente costituisce un limite alla stessa libertà di iniziativa economica.

Tenendo conto di queste indicazioni del legislatore costituzionale, da un lato la Corte ha ritenuto non incompatibile con la Costituzione la previsione della possibilità per il Governo di dettare direttamente, in una situazione di crisi e in via provvisoria, misure conformi alla legislazione vigente, che consentano di assicurare continuità produttiva a uno stabilimento di interesse strategico nazionale, contenendo il più possibile i rischi per l’ambiente, la salute e la sicurezza dei lavoratori.

Dall’altro lato, queste misure – la cui effettiva osservanza dovrà essere costantemente monitorata dalle autorità competenti – dovranno comunque “tendere a realizzare un rapido risanamento della situazione di compromissione ambientale o di potenziale pregiudizio alla salute determinato dall’attività delle aziende sequestrate”, e non invece “a consentirne indefinitamente la prosecuzione attraverso un semplice abbassamento del livello di tutela di tali beni”.

In applicazione di tali principi, la Corte ha ritenuto costituzionalmente illegittima la mancata previsione, nella norma esaminata, di un termine massimo di 36 mesi di operatività delle misure in questione.

Entro questo termine, occorrerà in ogni caso assicurare il completo superamento delle criticità riscontrate in sede di sequestro e ripristinare gli ordinari meccanismi autorizzatori previsti dalla legislazione vigente.

L’impianto dell’IAS (Industria Acqua Siracusana) è stato sequestrato dalla magistratura all’inizio dell’estate 2022 adducendo un perdurante disastro ambientale da tutto conosciuto (sia i responsabili del depuratore che le grandi industrie del petrolchimico che ne usufruivano, ossia Lukoil, Sonatrach, Sasol e Versalis).

La tesi era che l’impianto anziché depurare inquinava e immetteva nell’ambiente tonnellate di sostanze nocive. Dopo il sequestro il giudice imponeva che le raffinerie si staccassero dall’impianto di depurazione.

Questa decisione avrebbe di certo comportato il blocco del petrolchimico siracusano.

Il decreto “Priolo” ha dichiarato l’Isab Lukoil di interesse strategico nazionale. E con esso anche il depuratore IAS di Priolo Gargallo, in quanto sua “infrastruttura necessaria”.

Alla luce della sentenza, bisognerà adesso capire cosa fare. Il decreto interministeriale attuativo indica già 36 mesi, ma non ha natura legislativa.

Si potrebbe intervenire legislativamente per fissare il limite richiesto dalla Corte.

Ma bisognerà studiare la vicenda con grande attenzione, sapendo che bisogna garantire il diritto alla salute ma anche la prosecuzione delle attività dell’intero polo industriale.

/// Prima pagina

/// Articoli correlati

Il tuo contenuto è stato inviato correttamente.
Riceverai l'url da condividere dopo la pubblicazione