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L’VIII CANTO DEL PARADISO E QUEI VERSI DI DANTE SULLA SICILIA

26 Marzo 2021

Nino Piscitello

L’Assessore Samonà in occasione del Dantedì

“In una società sempre più liquida e priva di riferimenti, il richiamo a Dante è espressione di identità, coscienza e amore per la nostra storia”.

È il commento dell’assessore regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Alberto Samonà, in occasione della giornata del Dantedì, dedicata a Dante Alighieri: “Non si può, inoltre, non ricordare – aggiunge – il suo amore per la Sicilia e l’alto concetto riguardo il Siciliano, non un semplice dialetto, ma una lingua. Il Sommo poeta, d’altronde considerava la “scuola siciliana” Federiciana alle origini della nostra lingua e letteratura e il suopromotore, Federico II di Svevia, nonostante la collocazione all’Inferno perché “eretico epicureo”, un grande imperatore in quanto il suo regno era espressione di civiltà, spirito etico e magnanimità”.

“E l’amore di Dante per la nostra Terra e il suo Vulcano – ricorda ancora l’assessore Samonà – lo ritroviamo nell’VIII canto del Paradiso con unadescrizione molto precisa. Pur non essendoci testimonianze storiche su una sua presenza in Sicilia, infatti, non possiamo non rimanere colpiti dai suoi versi che, veicolati da Carlo Martello, fanno fare, anche a chi non c’è mai stato, un viaggio immaginifico in questo avamposto del Mediterraneo, elogio continuum di bellezza così amato dagli Dei, in cui abbiamo la fortuna di abitare:

 “E la bella Trinacria, che caliga | tra Pachino e Peloro, sopra ‘l golfo | che riceve da Euro maggior briga, | non per Tifeo ma per nascente solfo, | attesi avrebbe li suoi regi ancora, | nati per me di Carlo e di Ridolfo, | se mala segnoria, che sempre accora | li popoli suggetti, non avesse | mosso Palermo a gridar: “Mora, mora!”

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