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QUELLA TEMPESTA IN UN BICCHIERE D’ACQUA

10 Luglio 2021

Rino Piscitello

Era un telefonino, non una pistola

Premettiamo di avere una grande stima per il giornalista Paolo Borrometi e per il suo coraggio e siamo certi che dopo la confusione in aula avrà sorriso e si sarà ripromesso di dare all’episodio la giusta rilevanza. Cioè nessuna.

In quell’aula si celebrava un processo relativo a una giusta querela per diffamazione presentata da Borrometi contro un personaggio che lo aveva pesantemente insultato.

A un certo punto, secondo il resoconto dei giornali, si scopre che una giornalista presente ha registrato parte della deposizione di Borrometi.

Chi scrive deve ammettere la propria ignoranza, essendo venuto a conoscenza solo grazie all’episodio del fatto che nelle aule di tribunale non si può registrare senza l’autorizzazione del giudice.

Se non è consentito farlo, non si deve fare, questo è ovvio.

La donna è stata identificata. È realmente una giornalista, peraltro in ambito politico abbastanza conosciuta a Catania che si è subito scusata.

Non sappiamo perché abbia registrato, ma non ci pare importante saperlo.

Quello che ci sembra importante è provare a capire perché alla vicenda è stato dato un clamore che assolutamente non meritava.

D’altronde era un telefonino, non una pistola e la persona non ha alcun precedente per mafia.

I toni della solidarietà espressa a Borrometi dalla Federazione nazionale della Stampa Italiana e dall’Unione Sindacale Giornalisti RAI ci sono sembrati davvero fuori dalle righe e capaci di scatenare una tempesta in un bicchiere d’acqua.

E se conosciamo bene Borrometi ha già dimenticato l’episodio.

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