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TROPPO PERICOLOSI GLI INCARICHI PUBBLICI. ACCETTARLI NON CONVIENE.

26 Aprile 2021

Rino Piscitello

Il caso Incardona e le follie dell’ordinamento

Accettare l’incarico di assessore (a qualsiasi livello), o di componente di un Consiglio d’Amministrazione di una società o di un ente pubblico rischia di essere pura follia. Allo stesso modo candidarsi per fare il sindaco.

Della candidatura a Presidente della Regione non parliamone neanche.

Per pensare di svolgere i compiti sopraelencati sono necessarie contemporaneamente due condizioni: avere un coraggio al limite dell’incoscienza e non possedere beni di alcun tipo.

L’ordinamento giudiziario (penale, civile, amministrativo e contabile) non garantisce in alcun modo e ti mette a rischio costante sia che assumi una decisione amministrativa sia che ne assumi una esattamente opposta.

Il margine di discrezionalità di un magistrato nel considerare reati, illeciti o colpe gravi è diventato così ampio da non poter svolgere con serenità nessuna di queste attività.

Voglio riportare qui un esempio che credo possa essere ampiamente rappresentativo di quello che sostengo: il caso di Carmelo Incardona.

Carmelo è figlio di una vittima di mafia. Il padre fu infatti ucciso nel giugno del 1989 dal clan Carbonaro Dominante per essersi rifiutato di pagare il pizzo.

Carmelo Incardona, già laureato, diventa avvocato, fa politica, è uomo di destra e nel 2001 viene eletto all’Assemblea Regionale Siciliana, rieletto nel 2006 e nel 2008.

L’uno giugno 2008 diventa assessore regionale al Lavoro e alla formazione professionale. Svolge tale incarico per meno di un anno fino al 27 maggio del 2009.

Nell’aprile del 2009 firma un decreto assessoriale che riconosce un’integrazione ad alcuni enti di formazione a copertura dei maggiori costi relativi alla voce personale (nello specifico arretrati contrattuali dei lavoratori).

Il decreto era  stato preceduto da tutti i pareri favorevoli dei dirigenti dell’assessorato e dalla rendicontazione eseguita dagli enti di formazione in contraddittorio con i funzionari degli Ispettorati Provinciali del Lavoro.

Tali maggiori costi erano sempre stati rimborsati agli enti fin dal 1976, data a cui risale la legge siciliana sulla formazione professionale e tutti i decreti per i quali era stato chiesto avevano ottenuto il visto di legittimità della sezione di controllo della Corte dei Conti siciliana.

Nel 2012 la Corte dei Conti, mutando di fatto il parere che era stato espresso con i visti di legittimità, condanna l’assessore Mario Centorrino, che occupa il ruolo di assessore al Lavoro e alla formazione professionale dal 2010 fino al 2012, al pagamento di oltre 500.000 euro. Con lui vengono condannati i dirigenti dell’assessorato. La colpa è appunto quella di avere pagato le suddette integrazioni (che nel linguaggio mediatico vengono poi definite extra budget).

Sulla base di questa sentenza, la Corte avvia il procedimento anche contro gli assessori precedenti, Incardona, Formica e Gentile e i relativi dirigenti che vengono tutti successivamente condannati in primo e secondo grado.

Nella giustizia contabile di fatto non esiste il terzo grado di giudizio.

Carmelo Incardona viene condannato al pagamento di circa 800.000 euro, il 35% delle integrazioni pagate agli enti di formazione.

Il decreto assessoriale firmato da Incardona che sta alla base della sua condanna peraltro di fatto è risultato inoperante perché successivamente modificato addirittura negli importi dalla dirigente del dipartimento quando questi non era più assessore.

Occorre specificare che non vi è alcuna accusa di illecito arricchimento, o di abuso d’ufficio, o di scambio elettorale nei confronti di Carmelo Incardona, non vi è alcuna sentenza di tipo penale o civile, ma vi è soltanto la contestazione di una responsabilità di tipo amministrativo sulla quale ovviamente il margine di valutazione e discrezionalità dei magistrati contabili è amplissima.

La legge di riferimento è la n. 20 del 1994 con la quale, in piena tangentopoli, una politica debole e ormai incapace di svolgere i propri compiti attribuiva alla Corte dei Conti la possibilità di emettere sentenze di condanna per colpa grave o dolo pur in assenza di sentenze civili o penali.

La Corte dei Conti ha peraltro trasmesso gli atti alla Procura penale che ha ovviamente archiviato il caso non avendo individuato alcun reato.

Stiamo parlando di una sentenza definitiva e quindi a nessuno viene in mente di condannarla.

Le sentenze si accettano anche quando non si condividono.

Questa sentenza però, su un fatto oggettivamente opinabile e sul quale è acclarato da un’archiviazione penale che non vi sono reati, è la prova di quanto detto all’inizio, ossia che ricoprire alcuni incarichi assomiglia a una roulette russa.

Puoi anche governare bene e impegnarti al massimo per dare il meglio alla tua terra. Poi gli uffici ti mettono un atto alla firma. Tu non sei superficiale e quindi lo studi con attenzione. Verifichi che l’atto è legittimo, che è previsto dalla norma, che atti identici hanno ottenuto il visto di legittimità della Corte dei Conti, e quindi lo firmi.

Ma poi la Corte assume un altro giudizio e nella sentenza di condanna scrive addirittura che quelli precedenti erano soltanto meri visti.

E la vita di Carmelo Incardona cambia di colpo. Senza colpe oggettive deve risarcire 800.000 euro. Tutto il suo patrimonio, compreso quello che gli ha lasciato in eredità suo padre. E deve anche sopportare gli sguardi di chi non lo conosce e pensa che si è fregato 800.000 euro o gli sguardi degli amici che sanno che di certo non si è arricchito con la politica e che quindi pensano che non valeva la pena di impegnarsi.

In mezzo a tutte queste vicende va aggiunto un aspetto che potrebbe definirsi tanto macabro al punto da apparire caricaturale.

L’avvocatura distrettuale dello Stato di Palermo, che difende la Regione in un giudizio, per spiegare al tribunale la motivazione del contemporaneo e di fatto duplice, recupero delle somme in carico agli enti e all’Incardona argomenta (sintetizziamo per comodità) che il recupero presso gli enti potrebbe non essere definitivo e quindi non può essere sospesa l’esecuzione della condanna in quanto, non essendovi stato illecito arricchimento, per legge il relativo debito non si trasmette agli eredi e quindi se un condannato “malauguratamente decedesse … sarebbe impossibile ottenere il soddisfacimento delle pretese.”

Sicuramente l’effetto non è voluto, ma il modo eccentrico con il quale sono state assemblate le suddette parole, potrebbe perfino apparire come atto ad indurre ad una insana riflessione.

E poi arriva anche la beffa.

Nel 2019 una sentenza della sezione civile del Tribunale di Palermo, a firma della Giudice Marinuzzi stabilisce che le integrazioni a copertura dei maggiori costi del personale (i cosiddetti extra-budget) sono dovute e devono quindi essere pagate.

Il decreto assessoriale era quindi legittimo, ma la sentenza della Corte dei Conti non può essere modificata.

Una considerazione finale che esula dal caso Incardona.

Come dovrebbe comportarsi oggi l’assessorato a fronte di un caso simile, attesa la sentenza della Corte dei Conti che definisce illegittimo il pagamento di extra-budget relativi a spese di personale e quella del giudice civile che li definisce invece legittimi?

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