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UNA EMERGENZA IDRICA OGNI 20 ANNI.

13 Aprile 2024

Redazione

Contributo di: Tuccio D'urso

Nota – Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno.

E’ la terza Emergenza idrica che vivo a mia memoria. 

La prima quando giunsi a Palermo da fresco vincitore di concorso e in città erano ancora i ben visibili e gestiti i serbatoi di acqua potabile da cui quotidianamente i palermitani attingevano acqua. 

La seconda a cavallo dell’arrivo del ventunesimo secolo da me vissute in prima linea da commissario dell’ente acquedotti siciliani.

La terza quella di questi giorni. Possiamo quindi affermare che ogni 20 anni, 1980, 2000, 2020 le precipitazioni sono diminuite in maniera talmente significativa, da lasciare i Siciliani all’asciutto

Ma la crisi del 1980 determinò nel Governo regionale, allora presieduto da Rino Nicolosi, e nella politica regionale, basti pensare a Mannino e Mattarella per la DC, Andò, Capria e Lauricella per i socialisti, Vizzini per i socialdemocratici, Gunnella per i repubblicani, una risposta che non aveva avuto, e che non avrà in seguito,  eguali nella storia della nostra Isola.                                      

Fu varata una norma regionale, la legge 24 del 1986, che da sola mise in campo oltre 2200 miliardi di lire, tutte a carico del bilancio regionale, oggi tre miliardi di euro, a cui si aggiunsero quelle del programma regionale di sviluppo e dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno, raggiungendo complessivamente la cifra colossale di oltre 6300 miliardi di quel tempo, poco meno di 10 miliardi di euro di oggi.

Il mero elenco delle opere realizzate, che ebbi la fortuna di curare da giovane Dirigente della Presidenza, occupa ben 67 pagine.

Fu avviata una stagione di opere di accumulo,  di interconnessione tra i bacini, di costruzione e rifacimento dei serbatoi comunali e delle reti di distribuzione, ma soprattutto si ragionò, finalmente, per schemi idrici, avendo una visione complessiva di  insieme dalla produzione di acqua sino alla sua distribuzione al singolo utente.

La crisi, poi, veniva monitorata e gestita quotidianamente mentre le ruspe e le gru delle più importanti imprese italiane lavoravano senza sosta.

La vignetta che Striscia dedicò qualche anno fa a Tuccio D’Urso, autore dell’articolo

Anche la seconda crisi idrica a cavallo degli anni 2000 fu gestita in un regime di emergenza, prima affidata al generale Jucci, poi al presidente Cuffaro. Memorabile fu la costruzione dell’acquedotto da Scillato a Palermo, realizzato in tre mesi con uno concorso straordinario tra imprese ed esercito con il generale che vigilava sui lavori con l’elicottero della polizia

In quel tempo cercai di fare ripartire anche i lavori della diga di Blufi ma inutilmente, travolto da una sorta di sollevazione popolare contro la logica del fare. Realizzammo, comunque, in tempi record il collegamento tra l’acqua proveniente dalla diga Ancipa e gli acquedotti che la portavano a Caltanissetta ed Agrigento. Per non restare senza far nulla di notte, con la Polizia di Stato, e con le telecamere di TV7 della Rai, andavo a caccia di ladri di acqua dissalata che dal potabilizzatore di Gela trasferivamo alla città di Agrigento.

Finita quella crisi si è conclusa la fase della costruzione delle grandi infrastrutture idriche. 

Neanche quelli iniziate furono completate, vedi Blufi e Pietra Rossa, ma addirittura si è arrivati al sistematico smantellamento dei tre grandi impianti di dissalazione Di Trapani, Gela, e Porto Empedocle.

Cosa successe: qualcuno pensò che bisognasse applicare in Sicilia necessariamente la legge Galli, che consegnava l’acqua alla gestione privata. E ciò nonostante la nostra Regione, in forza dello Statuto autonomista, poteva legiferare autonomamente e lasciare giuridicamente lo status quo.

Questo ha fatto venir meno l’impegno a continuare sia nella costruzione di nuovi impianti, completando gli schemi idrici, sia nella manutenzione di quelli costruiti allora, ma soprattutto interrompendo il circuito virtuoso di: 1. produzione dell’acqua,2. distribuzione ai serbatoi comunali 3. dai serbatoi comunali vendita ai singoli utenti.

 Il risultato è quello che sta succedendo oggi ovvero l’ennesima crisi idrica.

Si è pensato che in Sicilia la problematica dell’acqua potesse essere gestita come in tutto il resto d’Europa, affidandola al mercato senza tenere conto che le infrastrutture fondamentali non erano complete e soprattutto chiarire chi, e con quali risorse, dovesse fare che cosa.

Nessuno quindi ha più investito sia nel completamento e nell’efficientamento dei serbatoi, sia nel mantenimento delle strutture emergenziali (vedi i dissalatori), sia nell’efficientamento delle reti di distribuzione dei comuni, da realizzarsi da parte dei gestori, cosa che non è mai avvenuta.

Purtroppo nessuno di quelli che allora indirizzarono la politica a un simile misfatto hanno fatto il mea culpa. Così come nessun assessore o dirigente regionale oggi fai il mea culpa per il mancato completamento delle dighe, per il mancato sfangamento dei laghi, per la distruzione dei dissalatori.

La verità è che oggi, grazie a questa follia politico amministrativa, sono bastati un anno e mezzo di scarse precipitazioni per far ripiombare nel dramma le grandi aree urbana nel palermitano e dell’agrigentino nonché quelle del nisseno ed i contadini sia del riberese e, principalmente, quelli del catanese.

                                          Tuccio D’Urso

                                          già Dirigente Generale della Regione Siciliana

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